Passeggiando tra storie e miti
Poche città al mondo – Roma è un caso a parte - possono vantare una strada come il lungomare di Reggio, con i suoi giardini così ricchi di memorie antiche. Ci stanno i resti ben conservati delle mura greche e delle terme romane. Nei loro siti, intatti. Testimoniano entrambi il grado di civiltà raggiunto in questa parte d’Italia in età greca e poi in età romana. Ci sta poi la poesia, con il monumento in marmo chiaro dedicato ad Ibico Reggino, espressione alta della poesia di tutti i tempi.
Le terme restituiscono l’immagine di una società ricca, capace di darsi civili ordinamenti ed, al tempo stesso, stili di vita di raffinata eleganza. Ne sono prova gli splendidi mosaici en plein air nonché. come diremmo oggi, gli spazi di servizio. E persino il calidarium. Quella che ancora oggi si può ammirare è una pagina viva di storie remote, raccontata tra campanule, rampicanti, fiori di campo. Ed il limone con le sue foglie sempre verdi.
Del poeta scrisse Cicerone (Tuscolane, IV,71): “Il reggino Ibico, fra tutti il più infiammato d’amore”. Non si sbagliava, basti leggere i versi del poeta scolpiti sulla pietra viva: “Solo in primavera crescono mele cotogne e i melograni/da fiotti innaffiati nell’inviolato giardino delle vergini ninfee”.
Nato a Reggio, Ibico avrebbe concluso i suoi giorni a Corinto, vittima di un agguato tesogli da comuni malfattori. Racconta Plutarco che uno stormo di gru si incaricò di denunciare gli autori del delitto ed, in un certo senso, di vendicarne la memoria.
Íbykos è stato poeta di lirica corale, attivo, come dicevamo, verso la metà del VI secolo a.c. in Magna Grecia. Annoverato dagli Alessandrini tra i nove poeti eccelsi della lirica greca, Ibico nacque, dunque, a Rheghion da famiglia aristocratica. Figlio di Fitio, si formò alla famosa scuola poetica di Stesicoro. In età adulta andò a vivere a Samo presso la corte del tiranno Policrate dove incontrò il poeta Anacreonte.
Antiche fonti indicano che nella biblioteca di Alessandria d’Egitto le opere di Ibico fossero raccolte in sette libri; si trattava di carmi lirici di contenuto eroico (encomii) e poesie d’amore soprattutto in lode della bellezza degli efebi. Tuttavia la maggior parte della sua produzione è andata perduta, e di queste composizioni poetiche possediamo oggi solo una sessantina di frammenti.
Uno di questi, ricavato da un frammento papiraceo, ci permette di leggere la parte finale del cosiddetto “encomio a Policrate”, in cui Ibico elenca situazioni ed eroi della guerra di Troia aggiungendo però di non volersi occupare di questo argomento. Egli preferisce infatti ricordare eroi greci e troiani famosi per la loro bellezza, paragonando a questi lo stesso Policrate.
Alcuni aneddoti antichi ricordano Ibico come inventore di strumenti musicali. Questa, ad esempio, la testimonianza di Ateneo di Naucrati:
| « Ma quest’ultimo strumento (la Lira fenicia, o sambuca) Neanthes di Cizico, nel libro primo dei suoi Annali, dice che fu ideato da Ibico, il famoso poeta di Reggio; così come Anacreonte inventò il ‘barbiton’ (strumento dalle molte corde) » | |
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(Ateneo di Naucrati, I sapienti a banchetto IV, 175 d-e)
Le foto: in alto, i giardini del Lungomare, visti da Piazza Indipendenza: in centro pagina, le Terme Romane, sono visibili gli splendidi mosaici così ben conservati; in basso, le Mura Greche, viste dall’alto appaiono ancora oggi per quel che si presume siano state in anni lontani: un poderoso sistema di fortificazioni a difesa dalla città.
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